| Da
Ascari il 26-07-2009 19:37
~ (Annuncio Matrimoniale) |
Amici,
domani si sposa mia figlia 
Da un lato condivido la soddisfazione del comandante di un sommergibile
quando, inquadrato un bersaglio nel periscopio, libera tutta la sua
ansia pronunciando la fatidica frase: "FUORI UNO" 
D'altro canto come si può negare quello stato d'animo che invade un
"papà" allorquando la sua bimba lascia la famiglia per
intraprendere una nuova strada, gioia e spleen che si evidenziano
alternativamente  
La cosa che so per certo è che questa giornata, ultima tappa di mesi di
stressanti preparativi, segnerà la conclusione di un percorso e
l'inizio di un altro.
Nello stereo, un sottofondo melanconico di Mozart, mi riporta alla mente
le tappe salienti, i momenti più significativi che hanno caratterizzato
i 28 anni dalla nascita della nostra bambina: le gioie, i dolori, le
preoccupazioni e le soddisfazioni; fotogrammi di una parte della mia
esistenza e sono pervaso da una gioiosa nostalgia. ... o forse è magone?
 |
| Da
aerogolfer [interpolazione del 4-08-2009] |
|
Questa che segue, Amici della rete,
è un'avventura cui non crederete,
se non fosse che la racconta Ascari,
promosso romanziere senza pari! 
Lui ha annunciato con immenso orgoglio
che la figlia si sposa, e qui io voglio
rinnovellare auguri in quantità
per la vita matrimoniale che verrà! 
Voi leggerete, con grande meraviglia,
che cosa ha fatto Ascari per la figlia;
come ha risolto, con intelligenza,
tutti i problemi e quanta resistenza 
ha dimostrato per tutta la giornata
di questa cerimonia assai impegnata.
Ma non mi voglio troppo dilungare
nella presentazione e voglio dare
subito la parola a lui , l'autore
del brano che racconta, con fervore,
un avvenimento di stampo epocale
comparso perfino sul giornale!  |

|
|
| Da
Ascari il 26-07-2009 19:37 |
|
>
vogliamo vedere il menù
A domanda risponde:
|
~
Cocktail di frutti esotici
Prosecco di Valdobbiadene
Analcolico alla frutta
Crostoni caserecci
Sfogliatine salate
Bocconcini di Parmigiano Reggiano
Olive ascolane
Affettati all'italiana
Sottolio e sottaceto
Insalata russa
Mozzarelline e pomodoro tonnato
~ |
Portate
(scelta operata da mia figlia e M.me Ascari con la fisima di piatti
gustosi ma delicati)
|
~
Ravioli di branzino con ragout di gamberi
Risotto con fragole e champagne
Pescatrice alla livornese
giardinetto di verdure
Sorbetto alla mela verde
Cosciotto di vitello alla Nerone
Patate al rosmarino
Zoccolo di spinaci
Pera alla bella Elena
Torta nuziale Chantilly ricoperta di frutta
Caffè e liquori
~ |
Vini
(in questa scelta sono intervenuto io avendo a che fare con amici
intenditori)
|
~
Dolcetto d'Alba
Chianti classico riserva
Pinot grigio del Collio
Gavi
Vermentino di Gallura
Verduzzo di Ramandolo
Passito di Pantelleria
Spumante brut gran riserva di Argelato
~ |
|
| Da
Ascari il 28-07-2009 13:23
~ (Annuncio matrimoniale parte II - Epilogo) |
“Anche
questa è fatta” come disse quel tale che ammazzò la moglie.
La giornata, iniziata alle 5,30, partiva sotto i migliori auspici: cielo
sereno, programmazione dell’avvenimento impostata fin nei più minimi
dettagli (stile Toni), giusta carica psicologica, ma …
… una sorte avversa e ria, nella sua imprevedibilità, si prestava a
giocarmi un tiro mancino.
Secondo il ruolino di marcia, compito del sottoscritto era, tra gli
altri, quello di uscire di casa alle 6,45 per recarmi dal coiffeur pour
dames al fine di recuperare la sposa promessa che si era nel frattempo
sottoposta alle operazioni di prammatica di trucco e parrucco e condurla
quindi nella magione paterna per indossare l’abito nuziale.
Ovviamente qualunque persona dotata di buon senso e di razionalità, in
un caso del genere, predisporrebbe l’intervento dell’artista
tricotico, presso il proprio domicilio oppure, nel caso questi non
fosse disponibile alla trasferta, quantomeno la scelta di un
acconciatore logisticamente vicino al cliente.
Ma perché rendere semplice una operazione che può essere
banalmente così ben complicata (mentalità genericamente femminile e di
mia figlia in particolare).
Sta di fatto che lo stilista agognato aveva avuto il cattivo gusto di
stabilire (a mio dispetto) la propria dimora e residenza nella
suburbe milanese più remota rispetto al mio domicilio.
Ma si sa com’è il cuore di un padre per la propria “piccolina”, e
senza abbandonarmi a recriminazioni ed invettive uscii di casa con lo
spirito di Goffredo di Buglione in partenza per la crociata.
Il fato era tuttavia in agguato e mi aspettava al varco (che si fosse
svegliato prima di me ?)
Stavo percorrendo il tragitto ad andatura sostenuta quando ad un tratto
un rallentamento delle auto che mi precedevano (che si rivelava in
seguito come avvisaglia di un incolonnamento) mi costrinse a
diminuire la mia velocità di crociera in maniera costante e
progressiva, fino a trovarmi, con meraviglia e sgomento, praticamente
fermo.
Essendo di natura ottimista non diedi particolare rilevanza
all’evento, come tutti gli abitanti della metropoli ero avvezzo a
siffatte situazioni.
Cinque minuti di immobilità però bastarono a far sorgere in me una,
inizialmente velata, sensazione di disagio. Dopo dieci minuti di blocco
la velatura di disagio sparì completamente per far posto ad un
crescente stato ansioso che dopo 15 minuti (essendomi mangiato il
surplus di una partenza anticipata) si trasformarono in qualcosa di
molto vicino al panico.
E ché diamine, pensai tra me cercando di autoconvincermi, non perderò
certo la testa per simili quisquilie. Spensi il motore, uscii
dall’abitacolo per studiare la situazione: davanti a me circa 300
metri di auto ferme, dietro me idem; lato destro guard-rail, lato
sinistro cordolo in cemento con prato spartitraffico che separava dalla
carreggiata opposta.
Possibilità di manovra: nessuna. 
L’avventura di Goffredo da Buglione stava trasformandosi nella
disavventura del prode Anselmo.
A questo punto la mia sicumera crollò vergognosamente. La mia
immaginazione elaborava già scene di panico, matrimoni sfumati,
pubblico ludibrio per un padre irresponsabile!
Realizzai, in una frazione di secondo, che tutto stava per essere perso
quando all’improvviso, nella mia povera mente ormai confusa, si fece
strada prepotentemente un’idea dalla forma di oggetto che,
forse, avrebbe potuto togliermi d’impaccio: il cellulare (che Meucci
sia benedetto nei secoli).
Tanto bastò a ridarmi la vigoria dei tempi andati, afferrai lo
strumento e digitai il numero di mia figlia … …
… AVEVA IL CELLULARE SPENTO!!!
Ripiombai in quel baratro che avevo cercato così faticosamente di
risalire.
I miei occhi vagavano nel nulla, disperati ed umidi, fino a posarsi
casualmente sul foglietto datomi da mia moglie e riportante
l’indirizzo del parrucchiere e, ancora di salvezza, il numero di
telefono (pensare che quando mi aveva preparato l’appunto l’avevo
sbeffeggiata dicendo: “ma cosa scrivi, non sono mica rimbambito, me lo
ricordo l’indirizzo”, Santa M.me Ascari).
Chiamai, incrociando le dita e tutto ciò che potevo incrociare (si,
anche quelle).
Deo gratis mi fu risposto, spiegai la situazione suggerendo l’utilizzo
di un taxi per il rientro della derelitta.
Sospirai di sollievo ma ecco sopraggiungere un altro interrogativo: come
potevo fare per tornare indietro? Ma ormai ero sulla via della
redenzione e nulla avrebbe potuto frapporsi tra me e la cerimonia.
L’Indiana Jones che sonnecchiava in me (oddio più che sonnecchiare se
la dormiva della grossa) si destò (anche se a malincuore) e prese il
comando delle operazioni.
Pregai, con gli occhi iniettati di sangue e senza ricevere negazioni, il
conducente dell’auto che mi precedeva di avanzare di qualche
centimetro ed l’autista che mi seguiva di rinculare dello stesso
spazio poi, riavviato il bolide, mi esibii in un salto di carreggiata,
con attraversamento del green, da ritiro della patente (fortuna che i
vigili nelle ore di punta non ci sono mai), mi infilai nella corsia
opposta e riguadagnai la libertà. 
Sulla tabella di marcia generale, grazie agli abbuoni ed alla celerità
nell’effettuare le altre operazioni, riuscii a condurre mia
figlia in chiesa con solo mezz’ora di ritardo, tra svenimenti e scene
tragicomiche degli invitati (beh, proprio svenimenti no).
(n.d.A. : forse l’episodio è stato leggermente romanzato ma i fatti
sono reali . “Lo spettacolo fu avvincente e la suspence vi fu
davvero”) |
| Da
Ascari il 31-07-2009 18:39
~ (Annuncio matrimoniale - parte III - Scontro finale) |
Rientrai
all’ovile con la coda tra le gambe. Mi aspettavo di essere duramente
redarguito, l’avevo già messo in preventivo, unitamente a
motti di spirito e battute sarcastiche rivolte alla mia persona. 
Entrai e constatai, con sorpresa, che l’abituro era deserto. Dalle
persiane chiuse filtrava una tenue luce che conferiva all’ambiente una
penombra irreale. L’atmosfera pareva sospesa.
Restai immoto cercando tra gli anfratti della memoria una spiegazione
per tanta desolante solitudine.
Che la pompa magna avesse già intrapreso la strada della Certosa
lasciandomi solo, quale contrappasso al disagio creato? 
”Ma no…”, dissi tra me e me, “la mia famiglia mi ama, non mi
avrebbe certo punito così duramente”.
Mi guardai allo specchio e provai compassione per me stesso.
Assorto nella mia autocommiserazione fui riportato bruscamente alla
realtà dall’aprirsi della porta d’ingresso: M.me Ascari fece il suo
ingresso, riportando la luce nella casa (anche perché aveva azionato
l’interruttore).
Probabilmente sul mio viso c’era un’espressione strana tanto da
indurre la mia dolce consorte a chiedermi: “Cosa c’è, perché
quell’aria stralunata…” e proseguendo “…e perché eri qui al
buio, su, dammi una mano, ” solo allora mi resi conto che era
carica di pacchi e scatole ed accorsi in suo aiuto.
Per tutto quanto successo in precedenza neanche un cenno, se non una
carezza comprensiva. Che bella persona è mia moglie!
La nostra ragazza non era ancora arrivata. Ci dedicammo quindi
all’apertura di quanto portato dalla mia metà del cielo.
Ora sul tavolo facevano bella mostra di se il bouquet della sposa
realizzato con roselline bianche e rosa, le boutonieres da applicare sui
risvolti della giacca, le ceste con i petali di rosa freschi da
lanciare al termine della cerimonia (pare che il banalissimo riso non
sia più permesso).
Ci stavamo apprestando quietamente ad indossare gli abiti da cerimonia
quando, in rapida successione ecco irrompere nell’appartamento
nell’ordine: nostra figlia, trafelata ed ansiosa per il ritardo, la
sua amica del cuore, il fotografo, l’autista dell’auto a noleggio,
mio figlio con la sua ragazza, la vicina di casa con la dilei figlia.
La pace e la serenità che fino a quel momento avevano pervaso la casa
sparì bruscamente imbarazzandomi alquanto (anche perché mi accorgevo
solo in quel momento di essere, scandalosamente, in mutande, e non
è certo una bella cosa, specie per la dignità del padre della sposa).
Nessuno però parve dar peso al mio aspetto (ed al fisico scultoreo).
La frenesia invase la magione: gente che andava e veniva, porte aperte e
chiuse di continuo, grida, risate, il fotografo che si infilava dovunque
per cogliere attimi e sfondi artistici. NOOOOO, IN BAGNO NO!!!,
l’autista che chiedeva a tutti ragguagli sul percorso, la vicina che
ci ammorbava con aneddoti del suo matrimonio (per dirla come sarebbe
alla page nel Bronx: un casino della madonna!).
Poi, d’un tratto, tutto cessò. Perfino il pianto di un neonato che,
varcando le finestre, si era fino a quel momento introdotto
proditoriamente nei miei padiglioni auricolari provocandomi un intenso
fastidio, di colpo si interruppe.
Mi guardai intorno chiedendomi con sgomento “Ed ora che succede?” La
risposta non tardò a sopraggiungere: la sposa era pronta ed usciva, con
maestoso imbarazzo, dalla camera.
Che spettacolo! La guardavamo tutti estasiati e lei, nella sua
consapevole radiosità sembrava sollevata rispetto a noi, come a levitar
nell’aere! Inutile dire che fui pervaso, in tutta la persona, da un
moto d’orgoglio.
Potevamo avviarci.
All’esterno la folla del vicinato, festante e plaudente, si accalcava
ai lati del vialetto facendo ala al passaggio del corteo.
Cominciavo a riconciliarmi con il cielo quando, alla mia vista, si parò
l’auto della sposa. Una stupenda limousine lunga 18 metri, diranno i
miei piccoli lettori, E INVECE NO!
Un vecchio maggiolone Wolkswagen cabrio, di quelli con le “palpebre”
sui fari e con le modanature cromate.
(In gioventù un mio amico ne possedeva una simile e quando volevamo,
con le rispettive compagne, appartarci per farci le “coccole”, a me
toccava sempre la postazione posteriore e rammento ancora, con disagio,
le evoluzioni al limite dell’inverosimile. La meccanica dei
solidi stava nuovamente congiurando contro me, solo che ora non potevo
più opporle la vigoria e gli ormoni dei 18 anni).
“MA NON CI ENTRO!” sbottai disperato. Ma dovetti però
ricredermi, infatti dopo l’ingresso di mia figlia e del suo infinito
strascico, in barba alle leggi della fisica, (Rubbia e Zichichi mi fanno
un baffo) riuscii, accartocciandomi come un sacchetto vuoto di patatine,
ad incunearmi nell’ angusto pertugio.
Il clima era da decappottabile e così partimmo, faccia al vento ma
(perché c’è sempre un ma) non era stato considerato l’effetto
dell’aria sull’acconciatura (non tanto la mia quanto quella di mia
figlia) e quindi ci vedemmo costretti a sollevare la capotte e,
come ormai di pubblico dominio, nei modelli d’epoca NON ESISTE il
climatizzatore. Lascio, ai più perspicaci tra voi, immaginare quali
piacevolezze termiche abbiano accompagnato il nostro procedere.
Giunti sul viale prospiciente la Certosa l’autista arrestò la
macchina e, con flemma studiata, riabbassò la capotte al fine di
permettere l’ingresso trionfale nel cortile. Nello stesso istante una
sorta di nebbiolina opalina si staccò dalla mia persona svanendo
nell’aria. “Che la mia anima abbandonasse il suo primitivo
involucro?” pensai : no, era solo la dimostrazione di un’elementare
legge della fisica, l’umidità racchiusa in me, per una differenza di
pressione, tendeva, forse con disgusto, ad allontanarsi
preferendomi l’aria tersa del cielo.
L’auto si riavviò fino a giungere, con lentezza esasperante, davanti
all’enorme portale della chiesa. Lì, ad accoglierci, pochi amici
(l’orda barbarica degli invitati era già dentro, al fresco della
basilica, come per attenderci al varco) con le loro solite battute
cretine che però io ormai non percepivo.
Ero entrato nel personaggio. Neppure Napoleone Bonaparte, passando
orgogliosamente in rassegna le sue truppe, sarebbe stato in grado di
competere con me nell’ atteggiamento marziale e per il fulgore
emanante dalla persona.
Varcammo la soglia. D’innanzi la maestosa architettura del luogo con
la sua atmosfera predisponente al raccoglimento spirituale. Unica
presenza indisponente quella del fotografo che, qualche metro più
avanti, gesticolava verso di noi come a suggerirci coreografie
incomprensibili.
In una frazione di secondo presi una decisione: io avanzo, se non si
sposta SFONDAMENTO. Fortunatamente per lui il suo senso di sopravvivenza
prevalse sull’idea del sacrificio in nome dell’arte e si dileguò
tra le colonne laterali.
Amici, parenti, conoscenti ed imbucati, dalle panche laterali ci
osservavano, squadrandoci ci giudicavano, accordandoci, nell’emozione
il loro placet.
Io, avvicinandomi lentamente all’altare, mi stavo commuovendo
(incredibile), a causa anche di un organista ispirato e della sua musica
coinvolgente.
Davanti all’altare mia figlia lasciò il mio braccio porgendo poi la
mano al mio futuro genero, arretrai quindi di qualche passo raggiungendo
il mio posto sulla prima panca, accanto alla donna della mia vita, a mia
madre ed a mia suocera.
La cerimonia si svolse in maniera tradizionale. Alla fine avrei notato,
con soddisfazione, che i libretti della messa da me realizzati, andavano
letteralmente a ruba (forse esiste un mercato nero per i messali).
Particolarità desueta della cerimonia fu che la stessa vedeva impegnati
due ufficianti: Il sacerdote che aveva unito in matrimonio me e M.me
Ascari, vecchio amico di famiglia, ed il monsignore parroco della nostra
chiesa. Fortunatamente il parroco della Certosa di Garegnano era
impegnato in altri uffizi, altrimenti si sarebbe potuto pensare alla
presenza di metà della curia meneghina.
Al termine della cerimonia l’uscita trionfale degli sposi con il
conseguente lancio di petali (li guardavo giacere per terra,
calpestati, dopo il fugace librarsi nell’aria in un momentaneo sprazzo
cromatico gioioso e benaugurante e pensai al significato della
vita).
La praticità della donna che mi rese padre mi riportò alla realtà.
C’erano da dare le ultime disposizioni per il corteo automobilistico
che avrebbe raggiunto la mensa conviviale. Mi guardai attorno…
erano tutti spariti !? Ma c’era gente che veniva da fuori, come
avrebbe trovato la strada per il ristorante ? Pieno di dubbi salii in
macchina avviandomi lentamente verso la meta e quando giunsi verificai,
sbalordito, che erano già tutti là! Ma come avevano fatto ?
Nel parchetto interno al ristorante, all’ombra di alberi secolari, era
stato allestito un gazebo di benvenuto sotto al quale due lunghi tavoli
apparecchiati reggevano il peso di appetitosi stuzzichini mentre due
irreprensibili camerieri mescevano, a richiesta, fresche bevande
appropriate.
Inizialmente gli invitati, conversando briosamente tra loro si tenevano
a debita distanza dalle leccornie. Si comprendeva che i dialoghi avevano
il solo scopo di stornare l’attenzione, mentre gli occhi indagatori
vagavano alla ricerca di quello che sarebbe stato l’obiettivo
primario.
Ad un tratto, come obbedendo ad un ordine impartito da un immaginario
comandante, si mossero come un sol uomo verso le tavole imbandite,
ricordando nell’assalto la conquista di Fort Alamo da parte dei
messicani. Sembrava che la parola d’ordine fosse: “non si fanno
prigionieri”.
Le olive ascolane furono le prime a capitolare, una debole resistenza fu
opposta dal Parmigiano Reggiano che però dovette ben presto arrendersi
a fronte dell’irruenza di assalitori così determinati; per i crostoni
ed il restante delle forze in campo non ci fu storia; insostenibile
era l’impeto degli assalti. Alla fine, come un nugolo di cavallette,
non essendo rimasto nulla da divorare, gli invitati sciamarono
lentamente verso il salone dove erano già stati approntati i tavoli del
pranzo.
Curioso che uno degli argomenti più dibattuti fosse quello relativo
alle diete, anche in previsione della “prova costume”. Tutti
confermavano di seguire regimi rigidissimi sopravvivendo solo con
insalatine, yogurt e frutta. Alla prova dei fatti però si rivelò la
subdola menzogna. Il lavorar di mascelle ed il tintinnar di posate
riusciva a coprire la musica di sottofondo pensata più ad accompagnare
piacevoli conversazioni intorno al desco che non a coprire animalesche
sonorità.
A turno, alcuni dei più imbecilli (si anche nella cerchia delle mie
conoscenze ce ne sono) si alzavano in piedi e con un tono di voce da far
invidia ad un banditore del mercato del pesce, reggendo un bicchiere,
urlava idiozie tipo: “viva gli sposi” oppure “ba-cio, ba-cio,
ba-cio”, costringendo tutti gli astanti a mollare quanto avevano in
mano, sollevare i calici ed unirsi alle grida isteriche.
Come tutte le cose di questo mondo, che siano gioie o tragedie, prima o
poi hanno termine. Erano le 19.30. Eravamo entrati nel ristorante alle
13.00 ed il peso di quelle sei ore e mezza di
“intrattenimento” era tutto negli occhi a mezz’asta dei camerieri
oramai svuotati di ogni energia.
L’ultimo atto fu consumato dal tradizionale commiato. Decine di
persone che ti avvicinavano, si complimentavano ma, quel che è peggio,
pretendevano di baciarmi ed io, per quieto vivere, dovevo
assecondare questa esplosione di libidine, trovandomi al contempo
costretto a ricambiare.
Io e la donna che molti anni or sono fece la scelta di condividere il
suo tetto con me eravamo distrutti. Soddisfatti per l’esito della
rappresentazione ma fisicamente provati.
Tornammo al nostro nido, ci affidammo ad una doccia tonificante, ci
guardammo negli occhi con complicità e, buttandoci sul letto, ci
addormentammo prima che le nostre teste toccassero il cuscino. |
| Da
aerogolfer [interpolazione del 4-08-2009] |
|

|
Ora che ho letto davvero con piacere
questo racconto, gradirei sapere
cos'era quel gran chiasso che ha sentito
il vicino di casa. Sbigottito 
ha riferito che proprio quella sera,
una serie di urla, da pantera,
interrotte da scoppi di risate,
e di frasi di gioia smozzicate, 
venivano da quell'appartamento là,
insieme ad una serie di Ta-dà!
Poi d'improvviso, così com'era nato,
tutto quel gran rumore s'è quetato!! 
Un gran silenzio è sceso tutt'intorno
ed è durato fino a mezzogiorno;
rotto soltanto da un fievole ronfare
che ti dava davvero da pensare!  «Probabilmente»,
ha detto quel vicino,
«al matrimonio han fatto un gran "casino",
ma tutta l'allegria che si è sentita,
dico la verità, non l'ho capita!!»
 |
|
|